
La scuola italiana resta ancorata al cartaceo. A più di dieci anni dalla riforma del 2012, che avrebbe dovuto aprire la strada a una diffusione capillare dei libri di testo digitali, la transizione tecnologica si è rivelata in gran parte un fallimento. A certificarlo è la recente indagine conoscitiva dell’AGCM, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che fotografa un sistema sostanzialmente immobile, lontano dagli obiettivi dichiarati.
I numeri parlano chiaro. Sebbene oltre il 95% delle classi utilizzi formalmente libri di testo in formato misto, con integrazione tra supporto cartaceo e contenuti online, solo il 16% delle licenze digitali viene effettivamente attivato. Un divario enorme tra potenzialità e utilizzo reale, che secondo l’Antitrust non è casuale ma frutto di precise barriere economiche e strutturali.
L’indagine, condotta coinvolgendo il Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli editori e l’Associazione Italiana Editori, mette in luce un mercato fortemente concentrato e poco favorevole ai consumatori. Le famiglie continuano a sostenere costi elevati, con una spesa media che oscilla tra i 580 e i 1.250 euro per ciclo scolastico. A incidere sono diversi fattori: la scarsa interoperabilità delle piattaforme digitali, i vincoli imposti al mercato dell’usato attraverso la gestione delle licenze e una normativa sugli sconti che finisce per limitare, anziché stimolare, la concorrenza.
Il comparto dei libri scolastici muove cifre rilevanti. Ogni anno coinvolge circa un milione di docenti e quasi otto milioni di studenti, generando un fatturato di circa 800 milioni di euro per i libri nuovi, a cui si aggiungono circa 150 milioni legati al mercato dell’usato. Sul fronte dell’offerta, il quadro è dominato da pochi grandi gruppi editoriali: Mondadori, Zanichelli, Sanoma e La Scuola controllano complessivamente oltre l’80% del mercato. Una concentrazione che rafforza una struttura di tipo oligopolistico e che incide inevitabilmente sui prezzi.
A rendere ancora più rigido il sistema contribuisce la normativa che fissa al 15% il tetto massimo per gli sconti sul prezzo di copertina. Secondo l’AGCM, questa misura, nata con l’intento di tutelare la filiera, finisce per penalizzare le famiglie, impedendo accordi commerciali più vantaggiosi tra editori e rivenditori.
Il vero nodo critico, però, riguarda il digitale. Il fallimento dei libri elettronici è legato soprattutto a ostacoli tecnologici e alle politiche sulle licenze. La mancanza di interoperabilità costringe studenti e insegnanti a districarsi tra piattaforme diverse, account multipli e interfacce poco intuitive, scoraggiando l’uso quotidiano dei contenuti online. A questo si aggiungono condizioni di licenza che limitano fortemente il riutilizzo dei testi: i codici digitali spesso scadono o non possono essere trasferiti in caso di acquisto di un libro usato o di comodato d’uso. Gli editori, di fronte alle osservazioni dell’Autorità, hanno mostrato una certa apertura verso soluzioni che prevedano la riattivazione delle licenze a costi ridotti e una maggiore durata degli accessi, ipotesi che l’AGCM auspica possano diventare prassi.
L’indagine richiama anche l’attenzione sul potenziale ancora inespresso delle Open Educational Resources, le risorse educative aperte. Materiali didattici liberamente accessibili, riutilizzabili e adattabili che, insieme alle autoproduzioni delle scuole, potrebbero ridurre in modo significativo la spesa per le famiglie e favorire una didattica più flessibile e personalizzata, anche grazie al supporto dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, l’attuale quadro normativo non offre incentivi adeguati per favorirne una diffusione su larga scala, lasciandole in una posizione marginale rispetto all’editoria tradizionale.
Tra le possibili vie d’uscita, l’Antitrust segnala infine l’adozione di soluzioni modulari: libri suddivisi in fascicoli più leggeri o un maggiore ricorso ai QR Code per spostare parte dei contenuti sul digitale. Un approccio che potrebbe alleggerire non solo i costi, ma anche gli zaini degli studenti italiani, che continuano a pesare circa il doppio rispetto alla media europea.